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GIUGNO-LUGLIO 2025 AUTOMAZIONE OGGI 463 | 29 Panorama sufficiente a innescare le reazioni successive) ma anche da un vero breakeven, cioè dal produrre una potenza pari a quella neces- saria per generare e sostenere la reazione stessa. Inoltre, al momento, c’è ancora un im- portante limite tecnologico: per avvicinarsi alle condizioni di reattore ci vuole un tasso di ripetizione di circa un bersaglio al secondo, mentre attualmente ne viene consumato circa uno al giorno. Crollano i record, si avvicina la fusione La gara per raggiungere il traguardo della fusione è entrata nel vivo da qualche anno, da quando nuovi attori si sono affacciati sulla scena mondiale e da quando alcuni effettivi risultati sono stati raggiunti, in un’appassio- nante corsa per il superamento reciproco dei record. Il primo record mondiale per energia prodotta in un singolo esperimento di fusione era stato stabilito al Jet nel 2022, quando nel tokamak sono stati generati 59 MJ di energia da fusione in 5 secondi, utiliz- zando una miscela di deuterio e trizio. L’anno prima il cinese East (Experimental Advanced Superconducting Tokamak) aveva raggiunto un altro record, significativo per dimostrare la stabilità di lungo periodo della fusione: aveva mantenuto il plasma a 160 milioni di gradi per 20 secondi. Questo record è già stato superato più volte dagli stessi cinesi di East: nel 2023 il tempo di sconfinamento è salito a 403 secondi e recentemente il plasma è stato mantenuto ad alto confina- mento in stato stazionario per 1.066 secondi. Ultimamente però sul podio del confina- mento magnetico sono saliti i francesi. Il tokamak West, situato nel sito di Cadarache (vicino a Iter), uno degli impianti Tokamak di medie dimensioni del consorzio EuroFu- sion, gestito dalla francese Cea, è riuscito a mantenere un plasma alla temperatura di 50 milioni di gradi per oltre 22 minuti, precisa- mente per 1.337 secondi. Nei prossimi mesi, il team West prevede di raggiungere durate del plasma molto più lunghe e di riscaldare il plasma a temperature ancor più elevate, per avvicinarsi alle condizioni ottimali per realizzare reazioni di fusione stabile. Sul ver- sante del confinamento inerziale, il record è saldamente tenuto dal NIF di Livermore, che nel dicembre 2022 era riuscito a produrre 3,15 MJ di energia a partire dai 2,05 MJ for- niti dai laser, quindi con un guadagno netto in quanto la reazione di fusione ha prodotto più energia di quella ricevuta. Ma nell’estate del 2023 NIF si è superato, con un output re- cord di 3,88 MJ a fronte di un input di 2,05 MJ: è stato quindi ampiamente raggiunto il breakeven ma in realtà si tratta solo di un breakeven ‘scientifico’, cioè riferito solo all’e- nergia immessa nel bersaglio dai laser, non all’energia elettrica totale consumata. Consi- derando tutta l’energia elettrica consumata dal sistema laser e dalle infrastrutture, l’ener- gia prodotta dalla fusione è ancora molto inferiore a quella consumata dall’intero im- pianto. Le realtà italiane In questa pacifica competizione tecni- co-scientifica l’Italia occupa un ruolo si- gnificativo, con la partecipazione di tanti gruppi universitari e del Cnr a progetti in- ternazionali, con una presenza notevole di realtà industriali italiane nella costruzione e nello sviluppo di Iter e con un ruolo non secondario di enti come Enea e di grandi player come Eni. Entrambi, Enea ed Eni partecipano attivamente al progetto DTT (Divertor Tokamak Test facility) condotto presso il Centro Ricerca Enea di Frascati, per l’ingegnerizzazione e la costruzione di una macchina tokamak dedicata alla speri- mentazione di componenti che dovranno gestire le grandi quantità di calore che si sviluppano all’interno della camera di fu- sione. Eni partecipa al progetto con il 2%, Enea con il 70% e la restante parte è divisa tra università e centri di eccellenza, tra cui il consorzio Create (Ricerca per l’Energia, l’Automazione e le Tecnologie dell’Elettro- magnetismo), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Info), il Consorzio Rfx, il Politec- nico di Torino, l’Università degli Studi della Tuscia, Università degli Studi di Milano-Bi- cocca, l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, il Cnr e il Cetma. Inoltre, Eni in collaborazione con il Cnr, ha creato il centro di ricerca congiunto Ettore Majorana, con attività articolate in linee di ricerca specialistiche su: materiali adatti all’ambiente fusionistico; sistemi di diagno- stica e di elettronica di potenza; meccani- smi di controllo e riscaldamento addizionali; superconduttori di nuova generazione; modellistica computazionale. Infine, va se- gnalata l’importante collaborazione di Eni con il Plasma Science and Fusion Center del MIT di Boston, nel programma Lift - Labora- tory for Innovation in Fusion Technologies. La collaborazione si concentra dal 2018 sull’avanzamento tecnologico dell’energia da fusione a confinamento magnetico, po- nendolo come obiettivo principale per con- tribuire alla decarbonizzazione dei sistemi energetici globali. Eni è inoltre azionista strategico dal 2018 di Cfs, Commonwealth Fusion Systems, la società spin-out del MIT che si è data l’obiettivo di realizzare una prima macchina, denominata Sparc, in grado di dimostrare la possibilità di pro- durre più energia di quella necessaria per avviare e sostenere il processo di fusione: si aprirà quindi la strada alla realizzazione di ARC - Affordable, Robust, Compact, la prima centrale elettrica a fusione nucleare su scala industriale. Se tutto andrà come previsto, entro i primi anni del prossimo decennio potremo vedere in funzione una centrale in grado di immettere in rete elettricità con un processo a zero emissioni di CO₂. Campo magnetico toroidale Fonte: RFX
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